
Di Dico spesso che uno dei problemi odierni dell’innovazione Internet italiana è la mancanza di collegamento tra il tessuto delle tante iniziative “spontanee” e l’industria. E’ con questo spirito che con Chiaroscuro del gruppo Nimboo, Emanuele Quintarelli, Lorenzo Viscanti, Luca Mascaro e Stefano Vitta si è dato vita a un piccolo gruppo “di pressione” che cerca appunto di stimolare questi momenti di confronto. L’abbiamo chiamato Netwo, o Net2: network per il 2.0 italiano. Ieri, grazie a un’idea nata in questa occasione, Yahoo! ha dedicato ospitalità a una ventina di iniziative nostrane. Che, devo dire, trovo sempre più interessanti.A seguire un piccolo riassunto della giornata. Prima, però, rinnovo la richiesta di informazioni su altre “imprese 2.0″, di qualsiasi dimensione - dalla singola applicazione, alla “micro-preneurship”, all’azienda strutturata.
Il 2.0 italiano è vivace e creativo. Mi ha colpito e divertito scoprire come Maiom, il sito di annunci immobiliari “user-generated”, sia nato in treno, tramite un brainstorming continuo tra i due ideatori, Paolo Rossi e Ferdinando Giordano. E mi ha fatto piacere scoprire che già oggi si regge abbastanza bene sulle sue gambe. Liguria.
Intorno al tavolo anche Marco Palazzo e Stefano Massimino di Duespaghi, un’innovazione nel settore dei listing che, come modello, dovrebbe far riflettere molti editori, di carta e digitali. Lombardia, così come Ludovico Magnocavallo di BlogBabel, il primo servizio italiano di monitor della blogosfera, e Guido Bellano di BabelGum.
Dalla Puglia Giovanni Intini, founder di Medlar e membro di Nimboo, un gruppo di programmatori che collaborano sulla base di un interessante meccanismo di scambio di ore di lavoro, mentre da Faenza, in Romagna, ci ha raggiunti Francesco Fullone, animatore di PHPItalia Grusp.it e DownloadBlog. Da Roma, last but not least, Nicola Mattina, che oltre a PassPack sta lavorando a un importante progetto di cittadinanza digitale, e Diego Galli di Fai Notizia, iniziativa di giornalismo partecipativo di Radio Radicale. Guest star
Luca Conti di Pandemia, dalle Marche.
Insomma, l’Italia è ben rappresentata nello scenario 2.0, forse meglio che in altri contesti. Ma se le iniziative ci sono, anche i problemi non mancano. L’ospite Massimo Martini, country manager di Yahoo!, ricorda la situazione della pubblicità on-line italiana, che oggi rappresenta il 2% del marketing mix. Una quota bassa, preoccupante soprattutto se si valuta che tra i big spender questa percentuale scende allo 0,6.
Il problema della pubblicità on-line italiana si avverte in maniera sensibile per quanto riguarda le pianificazioni tradizionali (banner & co), ma anche nelle forme contestuali come gli AdSense di Google. Se questi sono molto efficaci in lingua inglese, infatti, gli inserzionisti italiani sono invece poco numerosi, il che rende questa forma pubblicitaria poco efficace nella nostra lingua. Una alternativa potrà essere Panama, la nuova piattaforma di Search Advertisement che Yahoo! sta lanciando nei vari Paesi (ne avevo appunto accennato qua). Affronterà il mercato con un approccio chiamato “behavioural targeting”, che permetterà di raggruppare utenze similari anche su siti diversi, secondo classificazioni più ampie rispetto ai criteri socio-demografici tradizionali, e basate, appunto, su comportamenti, attitudini all’acquisto e approcci.
Nello sviluppare un servizio, però, le revenue pubblicitarie non sono le uniche a cui pensare. A questo riguardo Martini ricorda come un servizio basato su un canone per gli utenti (es. Flickr con l’abbonamento Pro) utenti “business”, che pagano per lo spazio fornito non sia, in teoria, scalabile (vedi nota in fondo). Potenzialità più ampie invece nel caso si riesca a creare servizi nei quali gli utenti pagano, magari indirettamente per revenue sharing, per esempio, su commercio elettronico. Modello Kelkoo di cui Martini è stato responsabile italiano.
E quindi un altro tema sullo sviluppare servizi in Italia è se si riesca o meno, e Duespaghi ci sta provando, a creare modelli italiani da portare anche all’estero, anziché limitarsi a “clonare” servizi straneri da replicare in Italia. Se la localizzazione è importante, non è però elemento strategico.
Un’altro criterio su cui ragionare è il tempo, o meglio il time-frame. Nella mia modesta opinione, infatti, 18 mesi per creare un servizio sono davvero niente. Appena sufficienti per decidere se continuare o meno, a seconda della community che si è generata e delle prime revenue che, eventualmente, possono arrivare. Serve invece ragionare su tre-cinque anni almeno, se si è capaci a vedere lungo. Un problema che, so di ripetermi ma non smetterò, particolarmente forte presso gli editori italiani.
Chiudo con due citazioni rapide, prima di correre al Ritaliacamp. Ha detto bene Giovanni Intini, con una sintesi che più di così non si può: “unire persone“. Il tema, in effetti, è sempre e solo questo. Ma ho apprezzato in modo particolare Massimo Martini di Yahoo! quando, verso fine giornata, ha detto alla tavolata: “vi faccio una domanda…”.
UPD … segno del buon approccio conversazionale e di confronto aperto con cui si è svolta la giornata…
UPD2 Presto popoleremo il blog dell’iniziativa
UPD3 Massimo Martini mi corregge, ricordando che si parlava di servizi a pagamento non per gli utenti finali, ma per utenti business, per esempio rivenditori o agenzie che pagano un canone. In tal caso, in un determinato periodo, “le inserzioni possibili sul mercato sono un numero finito, e una volta raggiunta la copertura l’unico modo per crescere è la variabile prezzo. I ritorni dell’editore non cambiano al crescere dell’utilizzo del servizio da parte degli utenti finali”. Quindi il problema è anche l’orizzonte temporale: nel breve termine può essere sensato usare questo modello, ma in prospettiva potrebbe non essere vincente. Anche perché “definiamo scalabile un business che cresce al crescere dell’utenza e dell’utilizzo”. Il vero sogno di Internet, aggiungo io :). Grazie Massimo!
PS Qui qualche foto